Di: Leonardo Curzi
Seveso, 1-3 maggio 2026. Inizia da qui quello che, attraverso poche righe, vorremmo raccontarvi. Sono le coordinate del Modulo formativo del Settore Giovani 2026, intitolato “Facciamo a metà? Abitare il confitto, generare il bene”. Si sono incontrati responsabili e membri di equipe provenienti da tutta Italia per tre intensi giorni di confronto e scambio di idee e prospettive.
Al centro della nostra riflessione c’è stata una condizione che ognuno di noi vive quotidianamente nella propria realtà: quella del conflitto. Ci siamo chiesti come, da cristiani, possiamo imparare ad abitare questo “luogo” e a trasformarlo in qualcosa di generativo, che ci permetta di crescere, vivendo la fatica del confronto e non lasciandoci sopraffare dalla facile via della fuga o dell’alzare barriere.
Consapevoli che la dimensione del conflitto esiste in ogni esperienza umana, ci siamo interrogati su come viverla in ogni situazione: dai contrasti interiori che ci rubano la speranza o ci allontanano dalla fede, fino a quelli che nel mondo portano alle guerre e alle sofferenze di cui le nostre vite e i nostri mezzi di informazione sono pieni.
Lo abbiamo fatto accompagnati innanzitutto dalla Parola, che è stata spezzata per noi, in momenti diversi, da don Michele Martinelli (Assistente nazionale per il Settore Giovani), Mons. Raimondi (Vescovo Ausiliare di Milano e Delegato per il laicato della Conferenza Episcopale della Lombardia) e dal nostro assistente generale Mons. Claudio Giuliodori. Molto toccante, inoltre, è stata la preghiera che abbiamo condiviso con i giovani provenienti dalla Romania, da Malta e soprattutto dall’Ucraina. In modo particolare, però, a guidarci nella riflessione e negli approfondimenti, sono stati gli ospiti che abbiamo incontrato durante queste giornate.
Paolo Seghedoni (Vicepresidente nazionale dell’Azione cattolica italiana per il Settore Adulti) e Silvia Corbari (Presidente del Consultorio Ucipem di Cremona e già Presidente diocesana della diocesi di Cremona) ci hanno fatto riflettere sul conflitto nella vita ecclesiale, spingendoci a vedere l’altro come un bene, da curare e da ascoltare, e non come un nemico da abbattere o sopraffare. È necessario coltivare l’arte della pazienza e della franchezza, senza lasciarsi mai vincere dall’ideologia, che spesso ci impedisce di vedere il terreno comune sul quale tutti operiamo.
Matteo Truffelli (Presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Azione Cattolica per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet”) e Giovanni Bachelet (già Parlamentare e professore ordinario di Fisica, Sapienza Università di Roma) ci hanno parlato del conflitto a partire da una delle figure più care per la nostra Associazione: Vittorio Bachelet, vice-presidente del CSM assassinato dalle Brigate Rosse nel febbraio del 1980. A partire dalla scelta religiosa che l’AC ha preso proprio durante la presidenza di Bachelet, ci siamo soffermati su come l’associazione debba formare a vivere la realtà, unendo fede e impegno civile in un unico percorso di formazione e di crescita personale. Una parola che è molto risuonata è stata “mitezza”, dono che tutti hanno sempre riconosciuto in Vittorio; mitezza non è arrendevolezza alle idee degli altri o qualunquismo, ma capacità di vivere la democrazia attraverso l’ascolto, la fede negli altri e soprattutto la capacità di trovare compromessi, cioè di saper “promettere insieme”.
Infine Riccardo Redaelli (Professore ordinario di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Giorgia Sorrentino (Consigliera di Presidenza del Consiglio Nazionale dei Giovani con Delega agli Affari UE) ci hanno portato alla realtà delle guerre che dilaniano il mondo, ricordandoci che come giovani siamo chiamati ad essere una forza di rinnovamento non solo nella Chiesa, ma nella società civile e nella politica, con la nostra partecipazione, la nostra voce e le nostre idee. Se vogliamo una Pace vera, che elimini le radici dell’odio da ogni nostra esperienza, siamo noi i primi a doverci mettere in gioco; la pace non dipende sempre dagli altri, ma parte dalle nostre scelte quotidiane.
Tornando a casa ognuno di noi avrà calato nella propria vita le parole ascoltate e le esperienze vissute tra laboratori e condivisioni, interrogandosi su quel conflitto che non ha mai risolto o su quella situazione che non ha saputo abitare, consapevoli, comunque che “non siamo qui per risolvere tutto”, come ci ha detto don Michele. Siamo stati qui per interrogarci, per farci sollecitare, per scoprire che una via diversa c’è, per ricordare che siamo chiamati a gettare semi di pace con la fede del seminatore, che sparge il seme in abbondanza e ovunque, senza la preoccupazione di quale frutto quel seme di pace e di dialogo darà.
Ovviamente in questi giorni, tra approfondimenti e laboratori, non sono mancati momenti di svago gioco e risate, durante i quali, come sempre, sono nate relazioni, abbiamo scoperto storie e vissuto la vera fraternità a cui l’Associazione ci forma. Con lo zaino pieno di semi da gettare nel campo della nostra vita quotidiana torniamo a casa, sperando di portare a chi incontreremo un po’di quella luce che abbiamo ricevuto










