Maneggiare con cura

: Lucia Pelliccioni

Se non ti spaventerai con le mie paure

Un giorno che mi dirai le tue

Troveremo il modo di rimuoverle

In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore

E su di me puoi contare per una rivoluzione

(Samuele Bersani, En e Xanax)

Sabato 18 e domenica 19 aprile, splendide giornate primaverili, l’Acr si è ritrovata a Gabicce Mare. Siamo stati accolti da un mare calmo e di un blu molto intenso, presenza abituale per noi che viviamo accanto alla costa. Eppure, siamo stati lo stesso colti da una bella sensazione: custodia e presenza rassicurante, in parte un’anticipazione di ciò che avremmo vissuto.

Insieme a tanti altri responsabili, consiglieri, educatori e assistenti provenienti da tutta Italia, abbiamo partecipato al seminario di studio Acr, intitolato “Maneggiare con cura. Abitare la vulnerabilità per una relazione educativa autentica”. Si è rivelato, fin da subito, un tempo prezioso di incontro e di approfondimento, in cui lasciarsi provocare da una consapevolezza tanto semplice quanto esigente: educare significa abitare relazioni vive e vere.

In un contesto quotidiano che spesso esalta l’efficienza, la prestazione, il risultato immediato, i ragazzi desiderano profondamente – così tanto da non riuscire, talvolta, ad esprimerlo – essere ascoltati, compresi, accompagnati, amati, maneggiati con cura perché fragili e vulnerabili.

Abbiamo messo al centro delle nostre riflessioni la vulnerabilità. Grazie ai preziosissimi contributi dei relatori, abbiamo cambiato sguardo: la vulnerabilità non è un limite o un ostacolo, anzi diventa “spazio” generativo, di educazione e relazione. Essa, inoltre, non è caratteristica esclusiva dei bambini e dei ragazzi che siamo chiamati ad accompagnare ma anche degli educatori. In realtà, è proprio condizione umana di tutte e tutti. Responsabilità educativa è riconoscerla e accoglierla. Ci ha accompagnati don Domenico Cravero (Presbitero della Diocesi di Torino. Laureato in filosofia e scienze politiche. Psicoterapeuta, fondatore e formatore in comunità terapeutiche) che convintamente ha affermato che “nella vulnerabilità c’è un tesoro: essa rivela l’umano che ci caratterizza. […] La vita si umanizza nel dare senso a questa nostra condizione”. La massima espressione della cura è l’educazione, dunque oggi “educare si deve”. Poi, con il Dott. Michele Gennuso (Professore di neurofisiologia e semeiotica neurologica presso l’Università degli Studi di Brescia. Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione della Casa di Cura Ancelle di Cremona), ci siamo riscoperti, nel nostro servizio educativo, argini, e non dighe: non bravi a limitare ma disposti a indirizzare i ragazzi, facendo scegliere a loro come scorrere, pur sempre accompagnandoli. Nella fragilità che diventa potenzialità si inserisce questa possibilità educativa. Michele ci ha anche presentato il libro “Adolescenti in-Dipendenti. Educare tra vecchie e nuove dipendenze” (a cura di Claudia D’Antoni e Michele Gennuso, Ave Editrice) per essere più consapevoli sulle nuove solitudini e dipendenze dei ragazzi, comprendere i loro comportamenti.

È seguito, poi, un intenso momento di deserto. Ciascuno di noi ha scelto un luogo tranquillo per riflettere sulla vulnerabilità – nostra e dei ragazzi –, sulla fiducia e sulla responsabilità, ispirati da canzoni, testi, domande. In seguito ci siamo ritrovati in piccoli gruppi per riconoscere reciprocamente le nostre vulnerabilità. Il laboratorio si è concluso con un gesto fortemente evocativo: siamo stati chiamati a rompere un vaso di ceramica. Sui cocci rotti abbiamo scritto le nostre vulnerabilità. Insieme, poi, abbiamo ricostruito il vaso, dandogli una nuova possibilità.

La domenica mattina, con la Celebrazione Eucaristica, presieduta da Mons. Sandro Salucci (Arcivescovo di Pesaro e Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado), abbiamo incontrato un Gesù Risorto ferito, vulnerabile, come noi. Lui, come nel Vangelo della domenica, si fa accompagnatore – e dunque educatore – dei discepoli di Emmaus.

I lavori della mattina sono continuati in compagnia del Prof. Pierpaolo Triani (professore di pedagogia generale e sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano). Con lui ci siamo chiesti cosa vuol dire ‘costruire comunità che tutelano’. Abbiamo riflettuto su come accompagnare la crescita dei ragazzi e come accogliere le loro difficoltà, in una dimensione collettiva, comunitaria. È la comunità, infatti, che è “chiamata a custodire e accompagnare la crescita dei ragazzi”. Come? Con speranza, con i volti delle persone, lasciando spazio, facendo discernimento, condividendo fatiche, con grande vivacità. La dimensione educativa non è del singolo ma della comunità. Il nostro essere Associazione ci aiuta a vivere il servizio in questo modo, senza dimenticare mai, però, che l’Associazione è parte della comunità tutta. “I bambini vanno accolti, non tollerati! Le comunità cristiane, l’Ac e le parrocchie sono aperte ai bambini” – ha concluso Triani. Dunque, da qui nasce una responsabilità che non può essere delegata: quella di costruire comunità accoglienti e affidabili, luoghi in cui ciascuno possa sentirsi visto, riconosciuto nella propria unicità, custodito dentro relazioni buone. Non si tratta di un ideale astratto, ma di un impegno concreto che interpella le nostre realtà associative, chiedendo attenzione, cura e coerenza.

Le conclusioni, a cura di Annamaria Bongio (Responsabile nazionale Acr), non ci hanno aiutato solamente a fare sintesi tra i tanti contenuti ricevuti nel corso del seminario, ma sono state anche occasione per consegnarci un mandato: tornare nelle nostre realtà con più consapevolezza, attenzione e spunti concreti per garantire affidabilità, sicurezza e accoglienza, per custodire e accompagnare la crescita dei più piccoli.

Grazia, Lorena, Lucia, Maria e Simone sono tornati a casa ricaricati, con tanti spunti e contenuti da interiorizzare e far risuonare, ancora una volta felici per gli amici incontrati e per il tempo di grazia condiviso.