di: Lucia Pelliccioni
Lunedì 1 giugno, alla vigilia della Festa della Repubblica, i Giovani e i Giovanissimi di Azione Cattolica hanno trascorso una giornata in montagna, da sempre luogo di memoria, fatica e bellezza.
Immersi nel meraviglioso Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, abbiamo scelto di metterci in cammino per ricordare una delle pagine più alte e preziose della storia italiana: quella scritta da un popolo che, uscito dalle macerie della guerra e della dittatura, trovò il coraggio di affidare il proprio futuro alla libertà, alla partecipazione e alla democrazia.
La sveglia è suonata molto presto, ci siamo messi in viaggio per raggiungere Cesacastina (TE), punto di partenza della nostra escursione lungo la Valle delle Cento Fonti. Ci hanno accolto un prato verde, un’atmosfera di pace e grandi cespugli di ginestre. Con le Lodi del mattino abbiamo ringraziato e affidato al Cielo la nostra giornata.
La montagna è stata maestra discreta di questa esperienza. Presenza vera, più che cornice, ci insegna la fatica, la pazienza, la costanza, il rispetto, il desiderio. Salendo, il sentiero si faceva più ripido, talvolta il respiro più corto, le gambe più pesanti. Proprio questa fatica ci ha aiutato a intuire, almeno in parte, la fatica vissuta da chi ottant’anni fa contribuì a costruire una nuova Italia.
La Repubblica, infatti, non nacque all’improvviso. Fu il punto di arrivo di una lunga salita. Una salita attraversata da sofferenze, sacrifici, divisioni, differenze ma anche grandi speranze. Fu il cammino di uomini e donne che, dopo aver conosciuto la guerra e il fascismo, decisero di non arrendersi e “di voler affidare il proprio destino agli strumenti della libertà e della democrazia” (dal messaggio radiofonico di Alcide De Gasperi, 1946)
Durante l’escursione, noi Giovani, guidati lungo il sentiero e nelle riflessioni da don Roberto (Assistente diocesano per il Settore Giovani), abbiamo ricordato alcune tappe fondamentali di quel percorso: il referendum del 2 giugno 1946, il suffragio universale e il primo voto delle donne, il lavoro dell’Assemblea Costituente e il contributo di tanti cattolici che avevano ricevuto la propria formazione anche nell’Azione Cattolica e nella FUCI. Abbiamo letto gli articoli della Costituzione, ascoltato le parole dei protagonisti di quel tempo e scoperto come dietro ogni parola, ogni pensiero, vi siano volti, storie e scelte concrete. È stato molto emozionante prestare ad essi la nostra voce.
Le parole di Norberto Bobbio, ad esempio, hanno restituito tutta l’emozione di una generazione che riscopriva la libertà: «L’atto di gettare liberamente una scheda nell’urna, senza sguardi indiscreti, apparve una grande conquista civile che ci rendeva finalmente cittadini adulti». E ancora più vive sono apparse le immagini delle lunghe file davanti ai seggi, della gioia composta di chi sentiva di poter contribuire alla rinascita del Paese. Tra questi anche le donne che, per la prima volta, entravano in una cabina elettorale come cittadine a pieno titolo, stringendo le loro schede elettorali “come biglietti d’amore”, agitate, attente ad ogni piccolo ma fondamentale dettaglio, anche a non lasciare segni di rossetto che avrebbero reso nullo il loro preziosissimo voto.
Tra una sosta e l’altra, davanti agli ampi orizzonti della montagna, è emersa una consapevolezza semplice ma profonda: la democrazia non è un’eredità garantita per sempre. È una conquista che richiede cura, responsabilità e partecipazione. Come il sentiero che sale verso la vetta, anche la vita democratica chiede impegno quotidiano, capacità di guardare lontano e disponibilità a camminare insieme.
Essere giovani oggi significa non aver conosciuto direttamente gli anni della guerra e della dittatura. Eppure, proprio per questo diventa ancora più importante fare memoria per comprendere il valore di ciò che abbiamo ricevuto. I diritti, le libertà e le opportunità di cui godiamo non sono nati spontaneamente: sono il frutto della responsabilità di intere generazioni che hanno saputo anteporre il bene comune agli interessi personali.
Al termine del cammino, dopo la soddisfazione e la bellezza della meta raggiunta, le nuvole iniziavano a ingrigire il cielo. Anche questa è stata una metafora: la nostra democrazia – così fragile e delicata, come la definiva Tina Anselmi – è oggi minacciata da tante nuvole grigie. Le parole di Piero Calamandrei che abbiamo ascoltato, hanno cercato di squarciare il cielo e hanno assunto un significato particolare. Rivolgendosi ai giovani, ricordava che la Costituzione non è nata nei palazzi del potere, ma nei luoghi del sacrificio e della lotta per la libertà: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, lì è nata la nostra Costituzione». E poi il suo invito, ancora attualissimo: «La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile: la partecipazione, l’impegno, lo spirito civico». Ecco quel cielo azzurro che ogni giorno dobbiamo desiderare e ammirare, nonostante le nuvole.
Forse è proprio questo il dono più prezioso che noi ragazzi abbiamo riportato a casa insieme agli scarponi impolverati e ai ricordi della giornata: la consapevolezza che la libertà, come una vetta, in montagna, non si raggiunge una volta per tutte. Va scelta, custodita e percorsa ogni giorno, passo dopo passo, tutti insieme.










